
"Nel paradiso terrestre,il male ha le fattezze di una lunga serpe, altrove il diavolo è un vecchio sarto che ghigna,un normale viatore che sorride. Il sorriso è una reazione incontrollata:da sempre - davvero - non c'è nulla di più naturale. I serpenti non hanno nulla. Non hanno le braccia, non hanno le unghie: il pelame, un sesso evidente. Il concetto d'infinito ostacola le umane capacità intellettive, è l'idea più semplice che ci si data di avere nella mente.Sostengo che quello dell'infinità sia il più ovvio,il più perfetto dei pensieri pensabili perché l'idea illuminata ci scaglia direttamente nelle tenebre, accosta alla follia.Che i serpenti - a pensarci - somigliano così tanto ai lacci, alle corde.
Ché c'è una stringa a bloccare la testa di Darwin, San Murphy, Vox Dale… un laccio, che quando il tempo si ferma, cattura la mente di Taiwo e di ognuno: il più elementare dei corpi, di fronte al più scontato dei pensieri umani. Ché non è vero i serpenti fanno paura perché velenosi: fanno paura perché semplici, si muovono, scattano: al di là della scienza, non riusciamo a capire come un essere senza zampe possa spostarsi così."
( Alcìde Pierantozzi - Uno In Diviso)
▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬
Alcide Pierantozzi è un esordiente, un nuovo talento letterario. Giovanissimo, classe 1985 e un romanzo pubblicato : Uno In Diviso (2006) . Un crocevia tra gironi danteschi, ricerca della concezione scissionistica tra bene e male, intrecci filosofici prestati da Rousseau, Moore, Aristotele, Camus, Sant'Agostino, Rilke, l'irrequietezza sessuale, la Chiesa, l'omosessualità,l'aborto,i pacs,il giornalismo di oggi tra Tsunami e Annamaria Franzoni: una planimetria impeccabile e inedita scavata nella furia di un simbolismo metaforico che alla fine chiude un cerchio immaginario, profondamente esistenziale che scopre il risvolto lirico e struggente di quello che sembrava un mondo visionario che qualcuno potrebbe paragonare alla scrittura maledetta, ma che invece scopre una lettura tra le righe candida come non mai e fertile per mille riflessioni.
Violento e cruento alla pari del migliore degli esempi di Kubrick, profondo nel suo remoto senso interiore.
In Uno In Diviso si notano in controluce i richiami contaminanti del presagismo degli ultimi film di Pier Paolo Pasolini ( a cui il libro è dedicato) sullo sfondo di quella che si può chiaramente definire una favola nera in cui tutto è il contrario di tutto come con Agotha Kristof in chiave 'Trilogia della città di K' ma che si lascia ripercorrere ma con un sapore di gran lunga incline al postmodernismo di un pensatore contemporaneo come Alcide Pierantozzi, ma che di certo non rinnega del tutto il passato.
È una lettura audace, intelligentissima, tremendamente matura nella scrittura e nei concetti, ma soprattutto è audace. Audace come la casa editrice che ospita la pubblicazione di Uno In Diviso, il secondo romanzo pubblicato con questa firma editoriale :si tratta della HACCA, il neo-progetto editoriale nato nel 2006 che diventa la costola specializzata in narrativa generata dalla Halley Editrice,il marchio editoriale da sempre specializzato in giurisprudenza e saggistica professionale
â–şLA TRAMA
Taiwo e Kehinde sono due fratelli siamesi:il loro corpo è come una Y, due teste, due busti, un unico pene,due gambe: ossessioni, fobie, sensi lirici si alternano in cerca di riscatto meditando nell'ombra dietro il bancone di un centro segreto di incontri clandestini osé e l'ossessiva oppressione di una famiglia-spettro tra le fobie materne, l'abuso di un padre e la figura imponente di un nonno che impersona la figura agreste di un mondo chiuso tra una claustrofobia quasi dalle orme horror e poi ombre, grandi ombre di un mondo cittadino senza volto.
Sullo sfondo c'è la riflessione, un marasma neo-stevensoniano che si sfoga tra violenza estrema, quasi cannibale e poi a veli di delicato senso del Bene.
Poi all'improvviso, tra l'inferno del calderone di questa storia densa come poche arriva il paradiso, anzi, l'antipurgatorio che tutto purga in uno straordinario senso lirico di una profondità intimistica e personale in cui lo stesso Alcìde Pierantozzi si racconta tra emancipazione dalla melma della massificazione e sensibilità incontenibile e immediatezza che miscelano uno scrigno commuovente.
â–şIN CONCLUSIONE
Uno In Diviso è un libro come pochi, raro, rarissimo, anzi, unico nel suo genere. Pugnali e carezze si alternano in un contrappasso di meditazione che si legge d'un fiato la prima volta e si lascia leggere e rileggere all'infinito.
Alcìde Pierantozzi è l'artefice di una tessitura letteraria da assaporare in profondità: eleganza stilistica, profondità nei temi e uno spirito suffuso di comunicazione che preme… per spiegarlo le parole non bastano, una sua lettura vale più di mille commenti.
â–ş CHI E' ALCIDE PIERANTOZZI
Alcìde Pierantozzi è nato a San Benedetto del Tronto nel 1985. E' diplomato al liceo classico e attualmente frequenta la Facoltà di Filosofia dell'Università Cattolica di Milano.
Dall'età di 15 anni si dedica alla critica letteraria e filosofica. I suoi racconti e le sue poesie sono state pubblicate sul bimestrale di scrittura creativa Inchiostro.
- La lettura di Uno In Diviso è sconsigliata ai minori di 18 anni.
â– â– â– â– LE MIE INTERVISTE â– â– â– â–
CHIARA MARRA INTERVISTA ALCIDE PIERANTOZZI
1. Uno In Diviso è il tuo primo romanzo. Qui misceli con sapienza un linguaggio altisonante e lampi di filosofia perfettamente incastonati in un simbolismo metaforico imbevuto del mondo attuale. Un connubio tra postmodernismo e tradizione, direi. Come è nata l’idea di creare questa struttura e quanto tempo hai impiegato per ultimare il tuo romanzo?
Per scrivere “Uno in diviso” ho impiegato due settimane, poi c’è stata la fase dell’editing – una correzione molto lieve – insieme all’ottima Cristina Tizian. Il mio discorso sulla lingua, per rispondere alla tua domanda, è decisamente complesso… quindi consiglio a tutti di leggere il saggio “Sul linguaggio”, pubblicato nel sito www.orepiccole.org e precedentemente nel blog dello scrittore Sciltian Gastaldi. In breve il mio messaggio è questo: una lingua tradizionale che risponda agli attacchi di un mondo che, pur nella sua (post)modernità, rimane legato a sovrastrutture e modi di espressione desueti.
2. “I serpenti somigliano ai lacci, alle corde”, questo è uno dei leit motiv che ritorna ossessivamente in Uno in Diviso. Cosa mi dici in proposito?
Che io ho sempre avuto una paura pazzesca dei serpenti!, tutto qua… Da piccolo non riuscivo a fare la cacca perché ogni volta che mi sedevo sulla ciabatta del water paventavo che un serpentello mi mordesse il culo. :-(
3. I gemelli siamesi Taiwo e Kehinde sono i protagonisti del tuo romanzo. Stando alle fonti ufficiali, questi nomi risalgono ad una leggenda africana. Come mai hai scelto proprio questi nomi?
Sono i nomi di due gemelle femmine. Li ho scelti in relazione a una complessa metafora di origine cinese, di carattere manicheo, che le vede protagoniste di un’azione all’interno di un bus. La mia storia, infatti, inizia su un filobus…
4. Per intestare i capitoli del tuo libro, utilizzi una rilettura de i gironi dell’inferno della Divina Commedia, ma quello che più colpisce è il “contrappasso” del tuo pensiero: In Uno Diviso Taiwo e Kehinde dibattono contro la figura negativa della Chiesa, parlano di omosessualità, aborto, sesso ma allo stesso tempo tu citi fonti che si sposano perfettamente con la filosofia divina. Nelle ultime pagine del libro scrivi “ Sul mio tavolo ci sono tre libri: Alla Fine Della Notte di Cèline, I Promessi Sposi di Manzoni e Le Confessioni di Agostino”. Impossibile non notare il contrasto, mi spieghi il perché dell’unione di queste tesi così contrapposte tra loro e soprattutto qual è il tuo vero sentimento verso la religiosità?
Guarda, io non credo nel dio cristiano. Sono ateo laico agnostico. Quella è semplicemente Letteratura… Un altro mio maestro è Cèline, da qui si spiegano i diversi contrasti, e una visione agostiniana – cioè DIVISA – delle cose.
5. L’horror e la filosofia, sono questi i temi portanti di Uno in Diviso che a volte raggiunge apici violenti ma, per la verità, non gratuiti che toccano punte estreme. Mi riferisco a quando narri di Ana ed Eleonora: lo squartamento, le croci e soprattutto l’immagine cruenta di Taiwo che divora un feto. Hai osato tanto eppure il tuo linguaggio narrativo resta freddo, razionale…
Sono una persona molto razionale e tutto quello che io scrivo rientra in un progetto preciso.
6. Tracci una comunanza forte: il feto è un uomo in atto, ma nel suo piccolo lo è anche uno spermatozoo. Vero. Per te, quindi, la dignità umana nasce già con lo sperma di cui tanto parli nel tuo libro?
Certamente…
7. I tratti crudi di Uno in Diviso, finiscono poi per generare un cerchio che si chiude, e in quella chiusura tu parti di te con quel bellissimo affresco esistenziale lirico e struggente contenuto nei capitoli “Girone del tempo ritrovato” e “Antipurgatorio” che restano indelebili. Praticamente ci sono le tue confessioni lì dentro, cos’hai provato a scriverle mostrandole al mondo?
Non ho provato niente, io non sono uno di quegli scrittori che soffrono. Per me scrivere è un mestiere come un altro.
8. In qualche modo la filosofia ti ha cambiato, tu tra l’altro sei iscritto proprio alla facoltà universitaria di filosofia. Immagino che per te questa materia sia fonte di vita, come ha cambiato te stesso?
Sì, io studio filosofia alla Cattolica. La filosofia è una disciplina che ti cambia in tutto, nella scrittura, nei sentimenti, nei modi in cui guardi un film… Diciamo che se prima eri singolare, con la filosofia diventi plurale! :- )
9. A proposito di filosofia, tu stesso scrivi:
“Nella requie supposta riprende la bocca sulla terra
La verità
La verità
Dall’alto filma la cattedra di una pretesa illogica”
Com’è nato questo tuo "aforisma filosofico" e cosa rappresenta per te?
Non è un aforisma, è l’estratto di una poesia pubblicata su Inchiostro. È il mio personale manifesto di agnosticismo che ho fatto a 18 anni!
10. Ritorniamo a Uno In Diviso, ad un certo punto scrivi: “Racconto ai due gemelli del mio bisogno di scrivere un libro, in fretta, prima di morire”. Hai paura della morte?
Sì, perché ho paura di non ritrovare la persona che amo.
11. Dedichi il tuo primo romanzo alla memoria di Pier Paolo Pasolini, una personalità di cui anche la tua scrittura risente della sua presenza. Cos’è che tanto ti ha fatto legare alla sua visione del mondo?
Pasolini è il mio maestro, per rispondere alla tua precedente domanda sul linguaggio dovresti recuperare il suo discorso sulla rosada,anche. Ma pure qui non riesco a esaurire l’argomento in poche righe. Ti confido una cosa: io odio le interviste! Te la rilascio solo perché mi stai simpatica… :-)
12. A proposito di influenze, la scrittrice noir Alda Teodorani ha rappresentato per la stesura del tuo libro un grande sostegno. Com’è nata questa vostra amicizia?
Alda fa parte della mia vita, è un’amica importante.
13. Per concludere, una domanda forse banale, che ti avranno chiesto mille volte. Ora hai 21 anni e il tuo modo di fare letteratura spicca certamente per un ritratto al di sopra della media di quello che abitualmente la società attribuisce alle giovani generazioni: certo, per te è stato un percorso rettilineo che si è sviluppato man mano tra i racconti, le poesie e le recensioni che scrivi da quando avevi 15 anni. Ma che significa per te essere costretto a vivere a contatto di questo impasto melmoso e massificato di ciò che comunemente i tuoi coetanei si nutrono?
Non lo so, mi fanno spesso questa domanda ma non so proprio cosa rispondere, perché ognuno scrive e legge quello che esso stesso è in prima persona, credo. E poi credo che questa ultimissima generazione sia davvero forte, e ti faccio tre cognomi di esordienti da tenere d’occhio: Dadati, Pastorino, Bomoll. Il fatto è questo, siamo giovani. Giovani per davvero! Giovani fuori il che vuol dire VERAMENTE giovani.

Per collaborare con noi o segnalarci I tuoi spunti scrivi a chiaramarra@gmail.com
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001